
(aperto il forum Il Bosco per adulti che hanno subito un abuso o un trauma nell’infanzia)
Dopo la prima puntata http://corvacci.net/?p=307#more-307 ecco la seconda.
Il terapeuta fa esperienza su se stesso e sui pazienti, un terapeuta che non ha conosciuto la sofferenza non può conoscerla attraverso i libri, ma in genere chi sceglie di studiare psicologia ha problemi da risolvere.
Nessuno si offenda, non che gli altri non abbiano problemi, ma li risolvono diversamente. In fondo affrontarli dal dentro è la strada più autentica, anzi l’unica, per chi se la sente.
Uno dei grossi ostacoli di un terapeuta è chi si presenta a lui con una grande sofferenza, uno che ha scissioni, deliri, ossessioni e fobie, insomma un mondo che il terapeuta difficilmente capisce.
- IL DELIRIO -
1) Chi delira, a meno che non sia una modalità sistematica, non è pazzo, ci si può parlare durante il delirio e oltre. Il delirio non ha un senso per chi non è teraputa, il bravo terapeuta sa che un senso lo ha, e se non riesce a comprenderlo aspetta con pazienza e attenzione che divenga chiaro.
Anzi lo dichiara al soggetto: - Lei sta delirando, nel senso che segue una logica che per il momento non riesco a comprendere, però farò di tutto per comprenderlo. -
2) Naturalmente uno psicofarmaco aiuta molto, e il terapeuta lo caldeggia (se non lo fa ha un delirio di onnipotenza e stiamo freschi) ma ci sono persone che lo rifiutano, e, a meno che non siano persone molto distruttive da mettere in pericolo il terapeuta, se ne potrà fare a meno.
3) Non si mette in terapia di gruppo persone con tendenze al delirio, a meno che non siano tutte persone con la stessa tendenza. Può sembrare assurdo ma, se ben condotto, quest’ultimo tipo di gruppo funziona.
Se si mettono insieme persone con gravi patologie insieme ad altre di diverso tipo, si combina un contagio di patologie, allontanando sempre di più i soggetti dalla realtà. Se invece si riunisce un gruppo con identiche patologie la focalizzazione è sul disturbo, e saranno i soggetti stessi ad avvertire i compagni del loro delirio, e questi lo accetterà senza sentirsi giudicato. Anzi parlerà proprio perchè l’altro è come lui e non può giudicarlo.
4) Tenere presente che la maggior parte di psichiatri, medici e psicologi tendono a diagnosticare follie che non esistono, è una vera mania, basta la cartella clinica con un precedente farmaco antipsicotico, o se il soggetto dichiara di aver paura di ombre che sente nella stanza, o per tendenze suicide. Gli ammollano questa bella etichetta che si portano a vita. E’ un comportamento criminale.
Molte volte delle persone mi hanno chiesto: - Ma lei come fa a dire che io non sono pazzo? - E io rispondo. - E fino ad ora con chi ho parlato e chi mi ha risposto a tono? Allora siamo pazzi tutti e due? -
E’ una gravissima etichetta che toglie al soggetto l’ultima e flebile fiducia e stima che ha di sè, gettandolo nella disperazione assoluta. Per cui attenti alle diagnosi.
5) Il delirio è un tentativo di difesa per contenere contenuti non gestibili. Il soggetto cerca di porre un argine che si sta spezzando tra la sua mente e i ricordi distruttivi che lo terrorizzano. Il compromesso è il delirio, tremendo ma meno peggio del ricordo distruttivo.
6) Non si delira per caso, non si nasce psicolabili, sono tutte cavolate inventate da addetti ai lavori che avevano ed hanno bisogno di mettere un confine artefatto fra loro e l’inconscio irrazionale. L’altro è diverso da me, io non potrei essere come lui. Invece è come lui, e se non si capisce questo non si capisce chi soffre.
7) Il delirio è una mescolanza tra istinto di conservazione e strategie di difese che escogita il bambino, le abbiamo tutti di queste mescolanze inconsce tra istinto e mente. Se sono troppo forti determinano il delirio, ovvero il famoso “abbassamento del livello mentale”, che non deve spaventare perchè avviene lo stesso meccanismo nei sogni. (per questo tanta gente ha paura di credere ai sogni, è come seguire una via irrazionale che gli risuona folle)
Però il delirio spaventa chi ce l’ha, per il rischio di trovarsi di fronte a ricordi che non può sostenere, ed è logico. E’ meno logico che spaventi l’analista, che di fronte alle proprie paure, invece di giustificarsele con giri mentali, dovrebbe tornare in analisi. E’ umano che un terapeuta abbia punti oscuri irrisolti, è meno umano che non abbia gli strumenti per capire che ha una zona buia e che deve vedersela nuovamente con un terapeuta. Esistono i supervisori per i terapeuti, usiamoli.
Dunque un buon terapeuta dovrebbe poter sostenere il delirio di chi ha in cura. Dovrebbe avvertirlo che delira, perchè se non si dà la realtà non si stabilisce lealtà e fiducia, ma si dovrebbe dichiarare disposto ad entrare nel suo delirio.
Non farà il grande interprete del delirio ma gli darà dei confini, tipo: - Sappiamo che qui possiamo entrare e qui no. - Si deve chiedere sempre alle persone che si hanno in cura se ritengono che si possa aprire una certa porta, o affrontare un certo argomento, se la persona ha troppa paura si sospende.
E’ il paziente a stabilire dove può entrare, non l’analista. Perchè il paziente lo sa meglio di lui. Però è importante che l’analista faccia vedere il problema, magari delimitandolo con una porta, di qua il conosciuto e il conoscibile, di là l’inconoscibile-pericoloso. A volte si chiede al paziente: - Secondo lei questo sogno, o questo contenuto, riguarda l’aldiqua o l’aldilà della porta? - L’altro lo sa sempre.
Morale: chi va a curarsi è una persona che soffre, ma non è scemo. La sua collaborazione è sostanziale, e non si tirerà indietro se si accorge che il terapeuta è attento, interessato e onesto, senza trip di “so tutto io” o onnipotenze varie, fra l’altro tratte dai libri.
Per seguire una persona sofferente occorre la sensibilità, gli psicologi non saranno contenti, ma i libri con chi soffre vanno gettati nel cesso. La psicoterapia s’impara su se stessi e sui pazienti, non sul letto sui libri o sul sentito dire.
Per comprendere un delirio occorre essere disposti a delirare. Si può dire al paziente: - Ok, mi rendo conto che siamo entrati nella seconda dimensione, non so come muovermici ma la seguirò comunque. Però terrò un piede sempre nella prima, così se la cosa diventa insostenibile torniamo alla prima di corsa tutti e due. -
E quando un terapeuta promette, lo fa.
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